IL GIGANTE FUORI (DAL) TEMPO


L’ho visto per la prima volta a Cottbus, 2019. Non so nemmeno dire se fosse primavera o autunno, perché certe giornate in Germania sembrano tutte uguali. Grigie, gonfie di tensione e di aria ferma. La pista è quella che conosci: cemento, curve larghe, spigoli negli occhi e ciclisti nervosi come molle. Sono lì con due ragazzi giovanissimi,  Leo e Mattia e l’ambiziosa Francesca. Loro si giocano il posto nel mondo. Lui, Jan-Willem, ha già la maglia iridata addosso. 

Campione del mondo della corsa a punti.
Il mondiale si è corso a Pruszkow a marzo, le maglie iridate sono ancora fresche e il livello a Cottbus sempre alto.
In Polonia aveva fatto il pieno di punti annullando le ambizioni di un arrembante Sebastian Mora. Le corse a punti sono così, le vinci contro qualcuno non contro il gruppo. I centosessanta giri di un mondiale sono troppi per chiunque e si capisce quasi subito chi saranno i tre, quattro pretendenti alla medaglia. E quando si è capito che Jan fa parte di questi, il gioco per gli altri si fa davvero difficile.
Ma non è solo la maglia. E’ come la porta. Come se gli pesasse. Come se sapesse che più che una corona, è un invito alla guerra. E infatti, quando la corsa parte, capisco subito che qualcosa non torna. I suoi compagni – sì, i suoi – corrono contro di lui. Non lo aiutano, non lo proteggono. Gli si mettono davanti, lo marcano, scattano, gli complicano ogni giro. Sembra che gli “arancioni” abbiano come unico scopo quello di far perdere la corsa all’arancione con la maglia a righe.

E lui? Niente. Testa bassa, occhi fissi, gambe che macinano come una centrale nucleare in sovraccarico. Due palle grosse come mongolfiere e un modo tutto suo di stare in sella. Ha una Cervélo rossa, troppo piccola per lui. Sembra una giraffa su un triciclo. Ridicolo e devastante allo stesso tempo. Un paradosso biomeccanico che però funziona. Anzi: spacca.

La corsa la distrugge. Non so nemmeno se ha vinto, ma ha deciso tutto lui. Come sempre. Jan-Willem non è uno che aspetta che succeda qualcosa. È uno che lo fa succedere. Anche se non conviene. Anche se nessuno lo applaude. Quello che mi fa più impressione è vedere come con una rabbia malcelata rientra comunque su tutti, credo che nella sua testa rimbombasse un “ma perché lo fanno” ma d’altra parte se sei un corridore, un corridore vero, corri per vincere, per battere gli avversari. E se il campione del mondo ha i tuoi stessi colori pazienza. Sarà il primo che vorrai battere.

Con lui, negli anni, ci siamo trovati. Abbiamo costruito manubri strani, posizioni borderline, geometrie controverse. Abbiamo messo in discussione tutto, anche le regole non scritte. Perché Jan-Willem è uno che fa domande. Non per sembrare brillante. Ma perché vuole sapere. Vuole andare più veloce. Vuole scavare. Vuole smontare la bici come si smonta una vita: pezzo dopo pezzo, fino a capire dove si nasconde la verità.

E mentre tanti parlano di performance come se fosse un concetto da spot pubblicitario, con belle foto di bici gravel in galleria del vento, lui la performance la vive dentro, sotto pelle. Con i crampi, con la depressione, con i dubbi, con la rabbia. E anche con una chiarezza rara, lucida, spietata, che un giorno ha deciso di mettermi nero su bianco.

Quando gli ho mandato il Manifesto, sapevo che Jan-Willem avrebbe capito. Non subito, forse. Ma lo avrebbe sentito.
Mi risponde dopo un po’ di giorni. Un messaggio asciutto, diretto, come è lui. «Mi piace molto quello che stai facendo».
E poi sottolinea proprio quella frase, quella dei musicisti, quella che avevo temuto fosse troppo — troppo personale, troppo sbilanciata: “Ma come è stato difficile per Chuck Berry, Jimi Hendrix, David Bowie e i Massive Attack, è difficile anche per noi.”
«Mi piace che senti la fatica», scrive «Anche per me è costata energia. E comunicare con l’UCI è dannatamente complicato.» Poi è sparito. Non in senso figurato. «Per ora sono fuori dal tema. Sono dentro fino al collo per le Olimpiadi. È lì che va il mio focus.»
«Sono curioso dei dati sulla Koga e sulle altre bici che avete raccolto a Valencia. Fino alle Olimpiadi siamo obbligati a usare quella. Non posso cambiare.
Ma dopo…
Dopo saremo liberi. Liberi di andare oltre.

Il testo che senza neanche avvertirmi mi manda dopo le Olimpiadi, io, non lo tocco. Lo lascio parlare da solo. Perché è la sua voce. E è giusto che sia così:

“When do we perform?
What is the goal?
What is the feeling?
Why are you here, what are you doing?
What is the most important?
What is the worst that can happen?

As I found out, performance can be used as a tool for different reasons. Not everyone is in the same game for the same reason. Most likely they are there for different ones. It took me a very long time to figure that out. Someone can be in a race, to numb their feelings, to feel their feelings, to feel belonged to a group, to satisfy someone else or because it’s scarier to do something else.

My goal, my dream, my reason, my performance. Is winning. To end up on the highest step of the podium. To find a better combination than my competitors, I like to puzzle.

I don’t care about how it looks, I just wanna know if it is faster. I want to test, to be honest. If we change this, does it get better? People wanna improve but they do not want to measure if they are actually right. They are ashamed if they lose. I see losing as fuel. You do the accountancy of it. You add and subtract. Till there is more energy in your tank.

The magic of a race-decisive-moment, where you are the one making it. Because your tank is fuller than the others. That’s the ultimate play.

What are the right cues to improve? I think it works like a navigation system. It can give you a cue, go right in 200 meters. But it will only work if it knows where you are. And if you know where you want to go. We all dream, we all wanna win double gold at olympics, that’s not so difficult. It gets difficult when you have to accept where you are. That is the sport of performance. Somehow I like this honest painful clarification of my location. Because after it, I know I’m going forward. This location determination is the key to perform. The mindset, and trust in yourself to accept where you are, that is the mindset.

It’s a mindset you have to protect. The biggest enemy of performance is fear, social fear. People disagree about what you do, afraid to get a different opinion. But do they judge you? Or are they afraid to feel where they are themselves? Are they afraid  to feel different? It confuses me to see people race to be the outstanding one, but only within the social rules. 
I get energised to see the total overview. I don’t care about any social rules. I just want to get more energy in my tank. no matter what. I take my tank, and look. look everywhere. Ask every question. What can be better? How do we go faster? What did you do? Did it get better by using this strategy? What did you test? What do the numbers say? Which parts of the puzzle did you investigate? I don’t care which department I have to look at, whether it is in food, mental, social, temperature or engineering or something else. I like to ask, to learn, to explore, to grow, to get faster, to puzzle better, to decide racing, to enjoy winning. 

Ask where am I?
Ask where do I want to go?
Be proud to ask
Be proud to not know
to puzzle more energy in your tank
to decide racing
to enjoy Winning
to perform“.

Qual è l’obiettivo? Qual è la sensazione? Perché sei qui, cosa stai facendo? Cos’è la cosa più importante? Qual è la cosa peggiore che possa succedere?

Come ho scoperto, la performance può essere usata come strumento per ragioni diverse. Non tutti partecipano allo stesso gioco per lo stesso motivo. Molto probabilmente sono lì per ragioni differenti. Mi ci è voluto molto tempo per capirlo. Qualcuno può essere in gara per anestetizzare le proprie sensazioni, per sentirle [più forte], per sentirsi parte di un gruppo, per soddisfare qualcun altro o perché fare qualcos’altro gli fa più paura.

Il mio obiettivo, il mio sogno, la mia ragione, la mia performance. È vincere. Finire sul gradino più alto del podio. Trovare una combinazione migliore dei miei avversari; mi piace mettere insieme i pezzi del puzzle.

Non mi interessa come [qualcosa] appare, voglio solo sapere se è più veloce. Voglio testare, essere onesto. Se cambiamo questo, migliora? Le persone vogliono migliorare ma non vogliono misurare se hanno effettivamente ragione. Si vergognano se perdono. Io vedo la sconfitta come carburante. Ne fai la contabilità. Sommi e sottrai. Finché non c’è più energia nel tuo serbatoio.

La magia di un momento decisivo in gara, in cui sei tu a crearlo. Perché il tuo serbatoio è più pieno degli altri. Questa è la giocata definitiva.

Quali sono gli stimoli giusti per migliorare? Penso funzioni come un navigatore. Può darti un’indicazione: “gira a destra tra 200 metri”. Ma funzionerà solo se sa dove sei. E se tu sai dove vuoi andare. Tutti sogniamo, tutti vogliamo vincere due ori alle Olimpiadi, quello non è così difficile. Diventa difficile quando devi accettare dove ti trovi. Questo è lo sport della performance. In qualche modo mi piace questo onesto e doloroso chiarimento sulla mia posizione. Perché dopo, so che sto andando avanti. Questa determinazione della posizione è la chiave per performare. La mentalità, e la fiducia in te stesso per accettare dove sei, questa è la mentalità.

È una mentalità che devi proteggere. Il più grande nemico della performance è la paura, la paura sociale. Le persone non sono d’accordo con quello che fai, hanno paura di avere un’opinione diversa. Ma giudicano te? O hanno paura di sentire loro stessi dove si trovano? Hanno paura di sentirsi diversi? Mi confonde vedere persone gareggiare per primeggiare, ma solo all’interno delle regole sociali.

A me dà energia vedere il quadro completo / la visione d’insieme. Non mi interessano le regole sociali. Voglio solo mettere più energia nel mio serbatoio. A qualunque costo / Non importa come. Prendo il mio serbatoio, e guardo. Guardo ovunque. Faccio ogni domanda. Cosa può essere migliore? Come andiamo più veloci? Cosa hai fatto? È migliorato usando questa strategia? Cosa hai testato? Cosa dicono i numeri? Quali parti del puzzle hai investigato? Non mi interessa in quale “reparto” devo guardare, che sia l’alimentazione, l’aspetto mentale, sociale, la temperatura, l’ingegneria o qualcos’altro. Mi piace chiedere, imparare, esplorare, crescere, diventare più veloce, risolvere meglio il puzzle, decidere le gare, godermi la vittoria.

Chiediti: dove sono? Chiediti: dove voglio andare? Sii orgoglioso di chiedere. Sii orgoglioso di non sapere per trovare soluzioni [come in un puzzle] e mettere più energia nel tuo serbatoio / per decidere le gare / per goderti la vittoria / per performare.

La prima vera chiacchiera con Jan-Willem non nasce davanti a un cronometro o a un diagramma di flusso. Nasce in una zona franca: l’after party della Sei Giorni di Ballerup, 2019. Una birra mezza calda in mano, dei wurstel poco scaldati per la fretta di averli dal povero cameriere, cuoco, barman molestato da me e da Andreas Graf, corpi ancora stanchi e adrenalina che non se ne vuole andare. Jan è lì, alto come un lampione, maglietta bianca con sopra un disegno assurdo. Tre figure verticali. Sembrano bottiglie. O persone. O colonne. Lo guardo e sparo: “Willem, ma che cazzo vuol dire quella maglietta? Sembra la facciata di una chiesa. Tre navate, due più basse, una centrale.”
Lui mi guarda. Sorride appena. “Eh sì, sembra una chiesa.”

E basta. Nessuna spiegazione. Nessuna teoria. Solo quella risposta. Così, lasciata lì. Come un simbolo. E in fondo aveva ragione: era una chiesa. La sua. E lo era anche per me. Perché da quel momento, ogni volta che l’ho incontrato, parlavamo in quella lingua: una lingua fatta di riferimenti obliqui, di ossessioni meccaniche, di domande strane e testate contro i muri.

Nel panorama del ciclismo moderno, pochi atleti incarnano l’essenza dell’innovazione e della vulnerabilità come Jan-Willem van Schip. E’ unmetroenovantaquattro, indossa occhiali da vista che vengono diretti dai primi anni ottanta probabilmente presi in un mercatino a Boxhanger Platz e ha un profilo instagram che fa trasparire la sua umanità senza nessuna arroganza, nessuna celebrazione, qualche selfie, le vittorie cui tiene di più e poco altro. Non è semplicemente un atleta poliedrico, ma un uomo che naviga tra le onde turbolente del successo e della sofferenza con una trasparenza che lascia senza fiato. Quello che stupisce è che si muove sulla bicicletta con una grazia che contraddice la sua imponente statura.

Van Schip inizia la sua carriera professionale nel 2014 con il team KOGA CYCLING TEAM. Come un nomade del ciclismo, si sposta da una squadra all’altra, cercando il proprio posto in un mondo che fatica a comprendere la sua unicità. Delta Cycling Rotterdam, Roompot Nederlandse Loterij, Roompot Charles – ogni maglia è una fermata temporanea nel suo viaggio verso la realizzazione. Attualmente è nell’organico del Parkhotel Valkenburg, un’altra tappa nel suo perpetuo movimento.

Su strada, van Schip accumula successi significativi che testimoniano il suo talento grezzo. Il 2016 è un anno di rivelazione: conquista una tappa al Tour of Mersin, la Grote Prijs Marcel Kint e una frazione dell’Olympia’s Tour. Ma è nel 2017 che il suo nome inizia a risuonare con più forza nei circuiti europei. La vittoria alla Ronde van Drenthe e i successi nelle tappe del Tour de Normandie, dell’An Post Ras e del Tour of South Bohemia dipingono il ritratto di un atleta in ascesa.

Il 2018 porta con sé il trionfo nella Slag om Norg, mentre nel 2019 conquista una tappa del Giro del Belgio, elevando ulteriormente il suo profilo tra i professionisti. Ma è sulla pista che van Schip trova la sua vera dimensione, un habitat naturale dove la sua peculiarità diventa un vantaggio inestimabile.

Van Schip non è solo un atleta eccezionale, ma un innovatore che sfida costantemente le convenzioni del ciclismo. Sviluppa una posizione in bicicletta unica, utilizzando un manubrio più stretto rispetto agli standard e adottando un’impugnatura che diventa la sua firma distintiva.

Questa peculiarità tecnica segna profondamente la sua carriera, generando tanto ammirazione quanto resistenza. Nel 2019, mentre è in trattativa con il team Corendon-Circus, il fornitore di biciclette Canyon si oppone al suo ingaggio proprio a causa della particolare configurazione dei freni e del manubrio, ritenuta troppo simile alle biciclette gravel. L’ottusità dell’industria a volte si misura nell’incapacità di leggere oltre l’ovvio e questo a JW da terribilmente fastidio.

Non digerisce le dinamiche del ciclismo dei team strada e nel 2019, l’anno del suo mondiale a Pruzkov, la combinazione tra ciclismo su strada e su pista diventa un fardello insostenibile: “Combinare entrambe le discipline è intensivo. Troppo intensivo, ora lo so”.

La precarietà dei contratti nel ciclismo su strada aggrava la sua fragile condizione mentale: “Ho sempre trovato “fucking” difficile il fatto di non ottenere mai un contratto a lungo termine da nessuna parte, eccetto che con Roompot. Andavo forte, potevo stare davanti a tirare per un’intera tappa, volevo solo sapere quanto potevo andare forte”. Secondo van Schip, il ciclismo su strada “non è sicuro”, riferendosi alla costante pressione per le prestazioni dovuta alla scarsità dei contratti.

Quando la Roompot-Charles chiude nel 2019, van Schip non riesce a trovare una squadra professionistica nonostante le buone prestazioni e la maglia di campione del mondo conquistata su pista. Successivamente firma con il BEAT Cycling Club, ma l’esclusione dal mondo del professionismo lo ferisce profondamente.

“Lo trovo difficile, perché penso di meritarlo e dovrei sicuramente essere in grado di farlo, ma non ci riesco”, confessa in un’intervista del 2019. “Riesco ad andare forte e posso stare in testa tutto il giorno. Non mi sento un pistard e basta, posso far bene anche una classica.”

Van Schip paga un prezzo elevato per la sua autenticità. La sua personalità genuina e la sua vulnerabilità lo rendono un bersaglio facile nel mondo competitivo del ciclismo professionistico.

“Mi vedete semplicemente per quello che sono. Con tutta la mia anima e la mia beatitudine”, afferma. “L’unico svantaggio è che essere vulnerabile e onesto con te stesso causa problemi agli altri. Se sono onesto e lo faccio vedere senza nasconderlo senza filtri, ci sono persone che non capiscono, magari si spaventano, scappano e poi improvvisamente hanno un problema con me”.

“Una volta su Vive le Vélo si rideva molto del mio attacco manubrio tagliato e risaldato e del mio manubrio aerodinamico personalizzato”, ricorda van Schip con una punta di amarezza. “È stato dimostrato che funziona, ma nessuno è mai venuto da me a chiedermi: posso provare anche io?”

Nel 2020, van Schip porta la sua ricerca aerodinamica a un livello superiore, lanciando un manubrio innovativo in collaborazione con una azienda olandese spinoff dell’università di Eindhoven. La sua visione è cristallina: “L’idea è in realtà molto semplice: vuoi andare il più velocemente possibile da A a B. Allora la domanda è, come lo fai? Qual è il fattore più determinante per questo? Quella è l’aerodinamica e vuoi influenzarla. Una posizione ottimale può fare la differenza di 20-30 watt.”
Su pista, van Schip trasforma il suo corpo anomalo in uno strumento di precisione. Nel 2019, conquista il titolo mondiale nella corsa a punti, un trionfo che consacra il suo talento unico. Prima di questa affermazione, ai campionati del mondo di Apeldoorn nel 2018, aveva già dimostrato la sua classe con due medaglie d’argento nella corsa a punti e nell’omnium.

Il 2020 lo vede nuovamente sul podio ai mondiali di Berlino, con un altro argento nell’omnium. Ma è nel 2021 che forgia una partnership destinata a lasciare il segno: insieme a Yoeri Havik conquista il titolo europeo nell’americana, un preludio al loro capolavoro del 2023, quando si laureano campioni del mondo nella stessa specialità.

Il palmarès di van Schip si arricchisce di vittorie in eventi di Coppa del Mondo e in competizioni prestigiose come la Sei Giorni di Rotterdam e la Sei Giorni di Berlino. Nel 2023, la coppia Van Schip-Havik supera i rivali belgi De Vylder e Hesters nella Sei Giorni di Rotterdam, confermando la loro supremazia nella specialità.

Ma le innovazioni di van Schip non sempre trovano un terreno fertile nel mondo conservatore del ciclismo. Nel 2021, viene espulso dal Giro del Belgio per aver utilizzato un manubrio considerato irregolare, un episodio che evidenzia la tensione tra il suo spirito pionieristico e le regole rigide del ciclismo su strada.

Dietro la maschera del campione innovativo, van Schip combatte una battaglia silenziosa contro i demoni interiori. Nell’ottobre 2023, in un’intervista con il quotidiano Trouw, rivela con sorprendente franchezza la sua lotta contro la depressione, che lo affligge da tempo.

“Sai quanto in là sono arrivato?”, confessa. “‘Se prendo una buona rincorsa qui e salto abbastanza lontano, dovrebbe essere sufficiente per farla finita completamente. Con tutto.’ Non volevo più esistere. Questo è chi sono. È il 2023, ci sto lavorando a tempo pieno da due anni e mezzo. Apprezzo di poter dire che a volte la vita semplicemente non è così divertente. Molti aspetti fanno semplicemente schifo”.

Lo dice così, senza effetti. Come se stesse parlando di un cambio Shimano.
Ma lo capisci che è vero. Lo capisci perché lo hai visto anche tu, in certe sere dopo le gare, quando ti parlava di sensazioni e di equilibrio, e aveva quello sguardo da gigante fragile che non si fida più di nessuno.

Parlare con uno psicologo aiuta van Schip a accettare la sua diversità. “Ora noto anche che riesco a comunicare in modo più normale, che riesco a coinvolgere le persone e che è anche consentito che le cose siano diverse”, riflette.

Per affrontare i suoi demoni, van Schip intraprende un percorso terapeutico di cui non si vergogna affatto. Alla fine, prende la drastica decisione di ritirarsi dal ciclismo su strada per concentrarsi esclusivamente sulle competizioni su pista, un ambiente dove si sente più a suo agio.

Negli ultimi anni, van Schip diventa più consapevole del suo comportamento e delle sue conseguenze su chi lo circonda, ma questa consapevolezza aggrava il suo malessere mentale. “A volte posso sembrare un saputello, ma ho anche difficoltà a prendere queste decisioni. Se qualcuno fa una scelta diversa, questa ha un impatto sull’intero gruppo”, riflette.

“Immagina di andare in discoteca e che tutti stiano ballando allegramente, ma che ci sia una persona che continua a guardarsi intorno con aria incerta per vedere se sta ballando correttamente. Sicuramente mette tutti a disagio. Quel tizio ero io”, confessa con disarmante onestà. Come lui stesso sottolinea: “Voglio dimostrare che anche chi è ‘diverso’ può vincere”.

Jan è uno che guarda. Guarda tutto. Non perché sospetti. Perché cerca. Alle gare passava vicino alle nostre bici, alle ruote, ai manubri. Non chiedeva mai “che cos’è”, ma “perché l’hai fatto così?”. Aveva appena mollato la Cervélo per passare alla Koga, dopo il cambio di sponsor della nazionale. Ma quella bici non era sua. Era pensata per gente come Lavreysen: compatta, esplosiva, con un avantreno basso che schiaccia la potenza sul pedale. Jan no. Jan è lungo. Immenso. E per adattarsi ha fatto la cosa più semplice e assurda: ha alzato tutto. Spessori su spessori sotto lo sterzo, fino a sembrare che la bici fosse un prolungamento verticale delle sue clavicole.

Ma alzarsi vuol dire accorciarsi. La trigonometria non perdona. Se sali davanti, ti accorci dietro. E quindi… stem più lunghi. Lunghissimi. Talmente lunghi che non esistevano. E allora lui, cosa fa? Prende due attacchi in alluminio, li sega, li salda insieme. Frankenstein stem. Se lo costruisce da solo. Perché a lui non interessa se esiste. Gli interessa se funziona.

La partnership con Yoeri Havik rappresenta un’ancora di salvezza per van Schip. Insieme, trovano un equilibrio che permette al talento di van Schip di fiorire in un ambiente supportivo.
“Abbiamo trovato la combinazione perfetta tra ciò che gli permettiamo e ciò che non gli permettiamo”, afferma Havik dopo la loro vittoria mondiale nell’americana del 2023. “Sono così orgoglioso di lui.”

La pista, in tutto questo, diventa il suo rifugio. L’unico posto dove può esistere alle sue condizioni. Lì nessuno ti chiede di essere simpatico. Devi solo essere più veloce. Più preciso. Più resistente. E se puoi fare coppia con uno come Yoeri Havik, allora forse puoi anche tornare a respirare.

Il titolo della madison conquistato a Glasgow in coppia con Havik, rappresenta non solo un trionfo sportivo, ma anche una personale redenzione per van Schip. “È davvero bello. Quindi, come vedi, lo sport ti tiene lontano dalla strada. Mi dà di nuovo pace”, conclude. È una delle vittorie più belle della sua carriera. Non per il titolo. Ma perché è la conferma che può ancora esserci un posto anche per quelli come lui.
Quelli che non ballano come tutti. Quelli che si guardano intorno in discoteca e si sentono sbagliati. Quelli che fanno domande, invece di sorridere e dire di sì.
Jan-Willem è così. Uno che cerca. Che testa. Che chiede. Che sbaglia. Ma che non smette mai di voler essere vero. E veloce.

La prima cosa che impari, se hai a che fare con Jan-Willem, è che non gli interessa come appare. Non si chiede se è elegante, se è ortodosso, se la sua bici sembra da strada, da pista o da luna park. Si chiede solo una cosa: “È più veloce?”.
Ecco perché si è costruito da solo una posizione assurda, con un manubrio stretto che sembrava uscito da una bicicletta da bambino e un attacco così lungo che i biomeccanici si sarebbero messi a piangere. Ma lui no. Lui guarda i watt. Lui guarda i numeri. E se con quelle assurdità va 20 watt più forte, allora è quella la scelta giusta. Anche se fa ridere in TV. Anche se ti squalificano da una corsa. Per una posizione irregolare. Irregolare. Che parola assurda, nel mondo della performance. Come se esistesse un modo “regolare” per vincere.

Jan-Willem ha una testa che lavora come un laboratorio. Testa, misura, cambia. Una volta, uno sponsor gli chiese se potesse cambiare la posizione perché “non era bella da vedere”. Lui rispose: “Non corro per le foto.”

La verità è che Jan-Willem è un innovatore. Ma non uno di quelli alla moda. Uno che innova perché non può farne a meno. Perché ha bisogno di capire. E perché quello che c’è non gli basta. Mai.

Quando si sente perso – e succede spesso – alza gli occhi e chiede: “Cosa farebbe Obree? C’è chi si ispira ai campioni. Lui no. Lui si ispira a un matto. A un ciclista che costruiva da sé la sua bici. Che prendeva i cuscinetti da una lavatrice e li infilava dentro una creatura chiamata Old Faithful. Uno che ha provato a togliersi la vita più volte. Uno che pedalava per salvarsi.

Jan-Willem lo capisce. Lo sente. Perché quella lotta – non per vincere, ma per essere – la conosce. Gli si incastra tra le scapole quando dorme.
Non sa nemmeno tutto di Obree. Ma non serve. Quello che basta sta in una frase: “Ha provato a farla finita, poi è diventato campione del mondo.” Fine della storia. O forse inizio.

C’è stato un giorno in cui era primo dopo tre prove nell’Omnium. Poi è crollato. In pista e davanti a una telecamera. Ha parlato, pianto, confessato troppo. Nessuno ha mai mandato in onda quell’intervista. Ma lui ce l’ha. Ogni tanto la mostra. E la reazione degli altri gli ricorda sempre lo stesso messaggio: “È bello mostrarsi vulnerabili… ma solo fino a un certo punto.”

Il suo sguardo, sempre, va verso quella foto di Obree sul muro del suo appartamento: “Non voleva essere il tizio della lavatrice. Voleva solo andare più veloce. E invece tutti lo ricordano solo così. Come se bastasse quella storia a contenere tutto.”
Anche Jan-Willem, forse, sarà ricordato come quello strano, quello che parlava troppo, che provava cose che non si dovevano provare. Ma intanto sogna due ori olimpici. Intanto costruisce soluzioni. Intanto continua a cercare nuove strade e non certo per moda.
Perché è così che sopravvive. Perché per gente come lui, come Graeme, come noi… la performance non è un obiettivo. È un’ossessione. È un modo per restare vivi.

Una sera vicino a Natale mi scrive su instagram perché vuole provare ASHAA ma… da  strada. Chiacchieriamo di cazzate, di musica, di quanto sia a volte palloso il mondo del ciclismo ma il focus è chiaro. Fare meglio.
Gli spiego la mia idea sullo stack e il reach delle mani nella posizione che vuole ottenere e gli propongo una sfida da completare insieme ma ho bisogno del suo feedback. 

Gli stampo una versione estrema di ASHAA in acciaio, Ferdinando e Gianluca la ottimizzano per cercare di ottenere rigidezza/peso che vogliamo ma il design deve essere uno starting point adattivo. 

Lui si fa tagliare due stem per la sua Giant e li fa saldare per ottenerne uno più lungo e lo mette positivo che se giri con gli amatori ti prendono per il culo per mesi.

Jan-Willem se ne frega, la squadra lo sostiene e lui comincia a sperimentare e a correre forte. Questa cosa di tornare forte su strada lo sta prendendo e mi piace farne parte. Gli mando video dei modelli su cui sto lavorando, mi fa domande, è più di un atleta vincente.
Ma arriva un momento preciso nella vita di un atleta in cui capisce di non essere più semplicemente un atleta. Accade all’improvviso, eppure già da tempo ne avverti i primi segnali. È quando ogni tuo gesto smette di essere una scelta personale e diventa qualcosa di più: un simbolo, una provocazione, una minaccia.
Per Jan-Willem van Schip, quel momento prende forma il 1° giugno 2024, durante la Heistse Pijl, una corsa apparentemente qualunque, incastonata tra gli eventi più prestigiosi del calendario ciclistico belga. L’aria quella mattina è diversa, carica di un’attesa silenziosa. Tutti sanno che sta per accadere qualcosa di speciale.

Jan è in griglia di partenza, accanto a lui la sua bicicletta scura, avvolto nel suo solito mutismo. Ma oggi c’è qualcosa di diverso. Tra le mani tiene il manubrio Ashaa: stretto, affilato, senza compromessi. Non cerca di fare una dichiarazione; vuole semplicemente andare più veloce.

La sua posizione in corsa è radicale, ma calcolata con precisione chirurgica. Ogni angolo, ogni curva è stata studiata, verificata, perfezionata. Per i giudici di gara, però, conta solo un dettaglio: i suoi avambracci sono poggiati in quella che loro considerano una posizione illegale – i famigerati “puppy paws” vietati dall’UCI dal 2021.
I richiami arrivano. Uno, due, tre. Jan non si sposta. Non per arroganza, ma per pura convinzione. Se questa posizione lo rende più stabile, più sicuro, più performante – allora ha senso. E se ha senso, la si adotta.

Taglia il traguardo 66esimo e poi sparisce, squalificato. Nessuna nota ufficiale, nessuna spiegazione diretta – solo una cancellazione silenziosa dalla classifica, come si cancella una riga di troppo in un foglio Excel. Ma tutti sanno. Tutti aspettavano questo momento.
Escape Collective prova a raccontare l’accaduto con distacco professionale, discutendo di regolamenti e zone grigie. Ma evita la verità scomoda: Jan viene punito perché scomodo. Perché pensa troppo. Perché fa troppe domande. Perché rifiuta di sembrare solo aerodinamico e invece cerca di esserlo davvero.
Si parla di una possibile infrazione dell’art. 1.3.008: posizione irregolare. Qualcuno cita l’art. 2.2.025: comportamento pericoloso. E poi la famigerata 2.12.007, punto 7.9: “uso di una posizione non conforme o punto di appoggio che rappresenta un pericolo.” Ma il problema non è solo tecnico, il problema è estetico. Ideologico. Politico. Van Schip non ha violato la regola per ignoranza, l’ha sfidata per coerenza e è questo è il vero scandalo.
Non l’avambraccio sul manubrio ma la volontà consapevole di trovare una posizione più veloce. La capacità di mettere in discussione una norma, non per convenienza, ma per evoluzione. Come il suo mito Graeme Obree.

E come se non bastasse, il 1° giugno – lo stesso giorno della sua squalifica – Felix Ritzinger vince una tappa del Tour di Malopolska con lo stesso manubrio. Ma l’atteggiamento di Felix è più accomodante con la giuria: rock, non proprio punk, ecco.
Felix vince, Jan scompare. Stessa attrezzatura, due destini opposti. Coincidenze? Forse. O forse è il sistema o chi lo amministra che, ancora una volta, non sa gestire l’innovazione se non punendola.
Poi arriva l’agguato dei social. “Cycling for Cycling” pubblica un video al rallentatore – un filmato che sembra voler spiegare ma in realtà è progettato per distruggere. Il messaggio è chiaro e meschino: Jan non sta solo infrangendo le regole; sta scardinando un sistema che pretende ordine, silenzio, uniformità.
La sua risposta è brutale nella sua semplicità:
“Fucking nice smooth aero gangster shit. Use your brain. Go fast. ❤️” JWVS.  

Nessuna difesa. Nessuna polemica. Solo verità. Un gesto punk recapitato con la precisione di chi fa credere di avere un master in ingegneria aerospaziale.
Use your brain. Fa pensare no? 

Pochi giorni dopo, al Mirabelle, indossando la maglia della nazionale olandese, Jan incarna lo spirito di chi non ha più nulla da perdere. Negli ultimi chilometri non sta solo gareggiando – sta decidendo.  Alla prima tappa sembra una reincarnazione di se stesso. Lucido, feroce, perfettamente incastrato dentro la bici.  Quando parte l’ultimo chilometro, lui è già lì.
Non reagisce. Decide e si lancia in una volata che non è fatta per lui.
E chiude secondo. Ho stampata in mente la foto scattata da non so chi appena dopo l’arrivo: Jan-Willem è seduto su una panchina di un parco vicino all’arrivo, da solo, stremato. Sa che non era un suo dovere vincere quella volata, sarebbe stato bello, giusto forse.
Ma il miracolo è che resta lì, nella sua testa che non è capace di mollare e nelle tappe più dure, sulle salite più bastarde lo vedi stringere la mascella, piegarsi, scomparire nel gruppo… e poi riemergere e non perché ha le gambe dei grimpeur, ma perché ha deciso che ci sarebbe stato. Fino in fondo.
Alla fine è secondo nella generale ma soprattutto, vince la maglia del più combattivo.
Se c’è un ciclista che ha trasformato la lotta in una forma di progettazione, quello è Jan-Willem van Schip. Ogni tappa è una lezione, ogni curva un esperimento, ogni secondo guadagnato il risultato di un test, di una scommessa, di una micro-revisione geometrica.

Non ha solo corso. Ha sfidato. Ha ridisegnato. Ha volato.

Nel 2024, la carriera di van Schip è ancora segnata da alti e bassi. Alle Olimpiadi di Parigi, rifila una testata gratuita, dovuta a disattenzione, fatica, frustrazione a Oliver Wood durante la Madison, causando un incidente e la sua immediata squalifica. Ma chi conosce Jan-Willem sa che a Parigi non è arrivato tranquillo. Ci arriva svuotato. Senza benzina. Senza rabbia. Senza fede. Jan-Willem van Schip non ha perso la voglia di vincere. Ha perso la voglia di fingere. Perché prima della pista, prima della maglia, prima della bici, ci sono state settimane di silenzi. Di scelte non comprese. Di sguardi evitati e panchine non spiegate. Ha vinto titoli mondiali, ha inventato forme del suo corpo per andare più veloce che nessuno vede, ha costruito i suoi strumenti come Obree costruiva le sue bici. Ma quando si trattava di scegliere, qualcun altro decideva per lui.
Lo avevano lasciato fuori, e poi dentro, e poi di nuovo in forse. Lo avevano accettato a patto che si adattasse. Ma JW non è uno che si adatta. È uno che disegna il mondo a modo suo. E quando lo obblighi a ridurre il disegno dentro una cornice, ne esce solo una cosa: frustrazione.

Ballerup. L’eliminazione: Mondiale 2024. L’occasione di riscattarsi. Ma non si risale da un abisso con un numero sulla schiena. Si risale con un perché. E lui, quel perché, lo ha smarrito tra un CT che non chiama, un compagno, un amico che non risponde, un gruppo che ti guarda come se fossi un problema, non una risorsa. Corre. Fa il suo. Non sbaglia. Ma intorno a lui tutto sbaglia. Lo schema, la strategia, le gambe degli altri. Arrivano a essere in pochi, la gamba gira.
Jan-Willem van Schip arriva al Mondiale di Ballerup come si arriva alla fine di un viaggio sbagliato. Quello che non volevi fare, quello che ti hanno imposto di intraprendere, e tu ci sei andato lo stesso, perché non molli mai. Ma ogni chilometro lo senti addosso, nelle gambe, nel petto, nello sguardo.

Alle Olimpiadi di Parigi lo hanno messo alla gogna. “Dangerous riding”, hanno detto. Per una spallata, un contatto, una linea stretta in una Madison caotica dove tutti lottano per non affogare. “Crash-test dummy”, lo hanno chiamato gli altri. Ma la verità è che lui non aveva più niente da perdere. Aveva chiesto di poter lottare per un sogno, gli hanno dato un campo minato. Ha dato tutto, ha preso tutto. E gliel’hanno tolto. Medaglia, fiducia, silenzio.
A Ballerup, nella prova a eliminazione, succede di nuovo. Un attacco, una traiettoria stretta, una manovra decisa ma come se ne vedono tante.
Stavolta la giuria ha occhi solo per lui, lo squalifica, lo tira giù di pista e lui esplode. Alza il dito, urla tutto quello che non gli hanno mai lasciato dire. Esce dalla pista, ma resta nella storia. Come sempre, come solo chi ha coraggio di essere fuori posto. Poi il silenzio. Cinque settimane di sospensione. Non c’era ai nazionali, non c’era a Berlino. Era in città, durante la Sei Giorni, ma non è passato al velodromo. Vacanza, ha detto. Ma si sentiva la distanza nella voce.

Il telaio della bici nuova della Park Valkenbourg nuovo non l’ha ancora montato. Il VS11 in titanio — il manubrio pensato per lui, con le mani, con il cuore. “Romolo, fatemela voi una bici. Erica fatemi più veloce”. Una call strana, voglia ma dubbi, non c’è la decisione del gigante buono. Ma oggi non ha voglia di pedalare. E non è un errore.
Qualcuno quella voglia gliel’ha smarrita di proposito. Come hanno fatto con Obree a botte di warning, minacce, divieti. Ma Jan-Willem non è solo. La stanza piena di attacchi manubrio e selle e pedali è ancora là. Le sue mani sanno ancora costruire puzzle impossibili. La foto di Graeme è sempre appesa al muro.
E questo Manifesto, lo ha voluto firmare anche lui. Con un racconto emozionante, con un frammento, con la sua presenza. Un frammento di quel puzzle che tutti vorremmo saper risolvere, o forse ci piace che resti incompleto con gli ultimi pezzi buttati a caso sul tavolo.
Perché non finisce qui.
Perché qualcuno, là fuori, ha ancora bisogno di uno come lui per credere che si può cambiare il mondo.
Anche da eliminati.

Questi episodi controversi non oscurano il talento e l’unicità di van Schip, ma sottolineano la complessità della sua personalità. In un mondo che premia la conformità, lui continua a essere un iconoclasta, un innovatore che sfida le convenzioni a costo di rimanere ai margini.

Jan-Willem van Schip rimane una figura affascinante nel panorama ciclistico contemporaneo. La sua carriera è un mosaico di successi sportivi, innovazioni tecniche e lotte personali. È un atleta che ha scelto di essere autentico in un mondo che spesso premia la conformità, pagando un prezzo elevato per la sua unicità.
E continua a pedalare, un gigante sui pedali che ha imparato a convivere con la sua vulnerabilità, trasformandola da debolezza in forza.

Nel ciclismo moderno, dove l’uniformità tecnica e caratteriale spesso prevale, van Schip rappresenta una voce dissonante ma necessaria. La sua storia ci ricorda che dietro ogni campione c’è un essere umano complesso, con le sue paure e i suoi demoni. E che, a volte, le vere vittorie non si misurano in medaglie d’oro, ma nella capacità di rimanere fedeli a se stessi, nonostante tutto.