Art 0.0.000 — Il diritto di stare bene.

Art 0.0.000

Il diritto di stare bene.

Since 1994

La Carta di Lugano è del 1996. Pochi lo sanno.
È il documento che ha ridisegnato tutta la regolamentazione UCI sull’equipaggiamento. La genesi è nota: Graeme Obree, un garage ad Irvine, tubi di BMX saldati insieme in garage, un record dell’ora.
La bici si chiamava Old Faithful, era un’estensione del suo corpo.
L’UCI aveva trovato il suo nemico

Non perché fosse pericolosa. Perché funzionava troppo bene e non era disponibile in commercio. Il presidente UCI Hein Verbruggen usò una frase precisa: rompeva lo spirito delle regole. Non una norma specifica. Non un principio fisico misurabile. Uno spirito — interpretabile da chi ha il potere di farlo, nel momento in cui decide di usarlo.

Il problema non è che la UCI reagì. Il problema è come codificò quella reazione. Invece di definire principi fisici — sicurezza dimostrabile, fairness misurabile — la Carta di Lugano codificò forme. La posizione del corpo. La geometria del mezzo. Misure come confini estetici travestiti da regola tecnica. Da quel momento l’UCI insegue l’innovazione invece di guidarla, e lo fa con strumenti che invecchiano a ogni ciclo tecnologico.

1. Australia, marzo 2009.

Brawn GP, Williams e Toyota si presentano al primo Gran Premio della stagione con un diffusore doppio, sviluppato indipendentemente dai tre team. Gli altri protestano: va contro lo spirito del regolamento, l’articolo era stato scritto per limitare il downforce ma l’opzione intuita dal giovane ingegnere giapponese e sviluppata dai tecnici di Brackley era limpida. Gli altri team scatenano i loro legali, ci sono ben due udienze e un appello… poi 
La FIA esamina il testo. Risponde: il regolamento non lo vieta. La lettera è stata rispettata. Il diffusore è legale.
“Paris on Tuesday 14 April, the International Court of Appeal today confirmed that the Brawn GP team’s BGP 001 car is fully compliant with the 2009 Formula One Technical Regulations.”
Nel corso della stagione ogni altro team sviluppò la propria versione. Nel 2011 il regolamento fu riscritto per chiudere quello spazio — con una norma scritta, non con discrezionalità interpretativa.

Questo è come funziona quando funziona. Lo spirito lo invocavano i rivali. L’istituzione ha tenuto il punto sulla lettera, poi ha aggiornato le regole nel modo corretto: riscrivendole.

2. La struttura dei poteri.

L’UCI esercita simultaneamente tre funzioni che in qualsiasi sistema giuridico moderno sono separate per definizione costituzionale.

Potere legislativo: scrive le regole. Inclusa la Carta di Lugano — forme invece di principi, misure senza fondamento fisico dimostrabile, regolamentazione che diventa obsoleta per design.

Potere esecutivo: indaga e investiga in modo autonomo, anche in assenza di una infrazione accertata, anche solo su sospetto. Gli articoli 12.2.013 e 12.2.014, aggiunti il 20 giugno 2025, codificano l’obbligo di collaborazione con le indagini UCI — documentazione, accesso a dispositivi elettronici, ispezioni non annunciate. Non come conseguenza di un’infrazione dimostrata. Come strumento ordinario di indagine preventiva.

Potere giudiziario: punisce. Non solo per aver violato una norma scritta — ma per aver rotto lo spirito delle regole. Uno spirito che solo l’UCI definisce, interpreta e applica. Senza organo terzo. Senza separazione tra chi accusa e chi giudica.

Legislatore, investigatore, giudice. Tutto nello stesso ufficio. Nello sport lo chiamiamo governance. Altrove lo chiamiamo in un altro modo.

La domanda da non fare

Qual è il principio fisico che giustifica 650mm di Front Center massimo? Sicurezza? Esistono dati di incidenti correlati al Front Center? Fairness? Come si misura la fairness di un limite geometrico indifferente all’antropometria del ciclista?

Se quel numero non ha un principio fisico dimostrabile dietro, ha solo una storia. Le storie non sono regole. Sono convenzioni travestite da regole.

L’EMA non approva un farmaco senza trial clinici.
La FIA non omologa una vettura senza crash test.
L’UCI può vietare un manubrio invocando lo spirito del regolamento, senza procedura codificata, senza principio fisico dichiarato, senza organo di controllo terzo.

Questa non è polemica. È comparazione istituzionale.

La domanda da non fare.

Non per trovare scappatoie. Per capirli. E per divulgarli, perché chi dovrebbe conoscerli spesso non li conosce — atleti, tecnici, federazioni nazionali. Faccio studi sull’efficienza funzionale e sulla stabilità dinamica, non per piazzare prodotti ma perché è il lavoro. Come me ci sono altri — progettisti, ingegneri, ricercatori, costruttori che operano ai margini del sistema con la stessa logica: parti dall’atleta, capisci le regole, costruisci la soluzione giusta.

Ho brevettato soluzioni di cockpit con il testo del regolamento UCI allegato come prior art. Il regolamento è parte del documento che ne certifica la novità e l’applicazione. Non esiste una procedura di omologazione UCI per i cockpit — nessun articolo la descrive, nessun processo la codifica. Eppure ho dovuto soddisfare richieste di documentazione tecnica sotto articoli disciplinari per soluzioni che il regolamento non proibisce, non descrive e non sa categorizzare. Ho ricevuto comunicazioni ufficiali in cui l’UCI si riserva discrezione piena sull’interpretazione, anche in caso di conformità formale agli elementi individuali, invocando lo spirito e le finalità del regolamento.

Verbruggen, 1994: spirito delle regole. Lugano, 1996: forme invece di principi.
Nel duemilaventisei: stessa dottrina, stessa frase, trent’anni dopo.

Cosa Sto Davvero Dicendo

Non sto dicendo che i funzionari UCI siano corrotti o malevoli. Sto dicendo che la struttura è difettosa. Anche persone ben intenzionate che operano dentro un sistema senza contrappesi finiranno per servire gli interessi del sistema invece di quelli che dovrebbero governare. Non è questione di carattere. È questione di struttura.

Non sto dicendo che non dovrebbe esserci regolamentazione tecnica. Gli sport ad alta tecnologia hanno assolutamente bisogno di seria supervisione. Sto dicendo che la regolamentazione dovrebbe seguire principi base di governance moderna: regole chiare che specificano esattamente cosa è e non è permesso, applicazione trasparente basata su protocolli oggettivi non su sospetti, giudizio indipendente, processi di appello accessibili.

Non sto dicendo che l’innovazione dovrebbe essere non regolamentata. Sto dicendo che se qualcosa non è nei regolamenti tecnici che richiedono omologazione, non può essere motivo di sospetto. Se UCI vuole regolamentare gli stem, metta gli stem nella lista di omologazione con standard tecnici chiari e protocolli di test. Non lasciare vago così puoi contestare qualsiasi cosa che sembra diversa.

Si tratta di una domanda base: chi controlla i controllori? Nello sport internazionale, la risposta è quasi nessuno. E questo dovrebbe preoccupare chiunque si preoccupi dello sport, dei diritti degli atleti, di se l’innovazione è possibile, di se accettiamo che organizzazioni multimiliardarie con potere coercitivo sulle carriere delle persone possano operare senza gli standard di accountability che pretendiamo ovunque altrove nella società moderna.

Il lavoro che faccio lo faccio per far stare bene gli atleti in simbiosi con il loro strumento.

Atleti che non cadono. Che migliorano la stabilità dinamica. Che trovano una posizione che è la loro — non la media statistica di un campione che non li include,che superano i loro limiti, che vincono quando nessuno li dava per vincenti perché trovano “la loro” migliore forma (non solo fisica). Questo è quello che chiamo performance: non il numero finale, la condizione che lo rende possibile e sostenibile nel tempo.

Da qualche parte, in qualche articolo, dovrebbe starci anche questo principio.

Non l’ho ancora trovato scritto.
Per questo l’ho scritto io.

Art 0.0.000 — Ogni atleta ha diritto di stare bene.